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Il Movimento dei Girasoli – Il Futuro dei Rapporti fra la Cina e Taiwan

Il 18 marzo, un gruppo di 300 studenti ha occupato il parlamento della Repubblica di Cina (Taiwan) per protestare contro la ratificazione dell’Accordo Bilaterale sul Commercio in Servizi che avrebbe sancito una maggiore integrazione economica fra la Cina e Taiwan. Intorno alle 21:00 ora locale, gli studenti hanno forzato un cordone della polizia e sono entrati dentro l’edificio, occupando la sala centrale dove si tengono le sedute dell’organo legislativo. Gli studenti in questo modo hanno espresso la loro opposizione nei confronti della ratificazione del patto sino-taiwanese che, secondo loro, violava i principi democratici e di trasparenza dell’isola-stato.
Questa forma estrema di protesta è stata la culminazione di un lungo periodo di tensioni e controversie che iniziarono il 21 giugno del 2013 con la firma a Shanghai dell’Accordo Bilaterale sul Commercio dei Servizi fra la Cina e Taiwan. Secondo quanto riportato dal ‘Taipei Times, l’ accordo prevede che 64 settori dell’economia taiwanese vengano aperti agli investimenti cinesi, mentre la Cina aprirebbe 80 settori agli investitori di Taiwan. Fra i settori che Taiwan liberalizzerebbe vi sono i trasporti, il turismo, e la medicina cinese tradizionale, mentre Taiwan avrebbe accesso a quelli della finanza, della vendita al dettaglio, dell’elettronica, dell’editoria e delle agenzie di viaggio della Cina. Secondo l’accordo, le agenzie di viaggio cinesi potrebbero aprire un numero limitato di filiali a Taiwan con il diritto di offrire servizi solo ai cittadini taiwanesi e non a stranieri e cittadini cinesi. Gli investitori cinesi potrebbero aprire e gestire alberghi e ristoranti nell’isola; inoltre, potrebbero aprire e gestire saloni di bellezza e da parrucchiere, ma solo avendo come dipendenti cittadini taiwanesi.  Mentre il settore dell’editoria della Cina verrebbe completamente aperto agli investitori taiwanesi, i cinesi potrebbero acquisire solo il 50% della proprietà di aziende taiwanesi del suddetto settore. Per quanto riguarda i servizi finanziari, le aziende taiwanesi potrebbero investire liberamente solo a Shanghai, Shenzhen, e nella provincia cinese di Fujian.
Il patto commerciale era fortemente caldeggiato dal PCC (Partito Comunista Cinese) e dal Guomindang (Partito Nazionalista Cinese), il partito di governo di Taiwan. Era, però, sin dall’inizio osteggiato dai partiti di opposizione e da una gran parte dell’opinione pubblica dell’isolaMolti taiwanesi, infatti, temevano che l’apertura economica alla Cina avrebbe avuto ripercussioni negative sia sulle piccole e medie imprese sia sulle strutture democratiche del paese. In particolare, il fatto che il Guomindang e il PCC avessero raggiunto un accordo a porte chiuse suscitò enormi resistenze nella società civile che si sentì raggirata ed ignorata. Subito dopo la firma del patto, il parlamento taiwanese fu lacerato dai dibattiti fra la maggioranza di governo e l’opposizione, la quale cercò di bloccare la ratificazione del trattato. Il 21 giugno i deputati dell’opposizione occuparono la camera legislativa scandendo slogan come «il Partito Nazionalista Cinese e il Partito Comunista Cinese stanno affossando l’economia di Taiwan». 
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